IL CASTELLO DI SERRAVALLE

Il Castello Malaspina, che dall’alto del Colle di Serravalle domina la Città, è certamente una delle perle più preziose di Bosa. Fù realizzato come fortezza a partire dall’anno 1112 dai discententi di Oberto Obizzo, capostipite dei Malaspina. Occupa una superficie di circa 10.000 metri quadrati, mentre solo il palazzo feudale ne occupava 2.000. E’ un bene di grande significato, costituisce un documento storico importante per il quale non ci si può limitare a una breve descrizione. << Così intorno al 1112 sulle ceneri di Bosa antica i marchesi Malaspina ne costruirono una nuova, più vicina al mare, sul breve pendio e la base del monte che guarda verso ponente, cinta di mura e protetta, sulla sommità di quella stessa montagna, dalla rocca di Serravalle, fortificata con torri e con una doppia cinta di mura, nella quale si aprono due porte, da una delle quali si va verso la città, dall’altra verso levante>>.E’ una delle prime descrizioni del castello di Bosa, datata agli ultimi decenni del Cinquecento. La firma il padre della storia sarda, quel Giovanni Francesco Fara che diBosa fu anche vescovo. Che la data sia proprio quel 1112 che gli storici del passato assegnavano come momento della fondazione di Bosa (anzi della Bosa nuova, quella dei Malaspina) non è del tutto sicuro. Certo è che, da quei primi decenni del Duecento in cui la rocca fu fondata sino ala fine del Cinquecento, quando il Fara scriveva di Bosa e del suo Castello, molta acqua era passata nel Temo ai piedi del castello, e molte vicende di uomini e di regni il castello aveva conosciuto.
A cominciare dalla stessa lenta crescita diBosa, anzi dei suoi diversi quartieri, uno arrampicato e insieme come incasellato nelle pieghe della collina, Sa Costa. l’altro, Corte Intro, di più arruffata maglia edilizia, il più basso, infine, Sa Piatta, disteso lungo l’ultima pigra ansa del fiume. Dall’alto il Castello proteggeva e insieme minacciava i bosani, intercludendo alternativamente la penetrazione di chi venisse dal mare verso l’immediato retroterra e la discesa alla costa dalle colline litoranee. Il Castello (o il suo colle?) <>: sarebbe questa, secondo molti autori, e dunque anche secondo la voce pubblica di Bosa, l’origine del nome: Per questo i restauri delle torri, il rifascio delle mura, il rafforzamento delle strutture cominciarono, si può dire, quasi contemporaneamente alle prime fasi edificatorie. E quando alla fine del Duecento giunse notizia che Bonifazio VIII aveva regalato la Sardegna agli Aragonesi, subito si pose mano ad altri rifacimenti, il più importante dei quali fu la costruzione della grande torre affidata, suggeriscono i caratteri stilistici, a quello stesso Giovanni Capula, architector optimus, che di lì a poco doveva firmare le due magnifiche torri della Cagliari pisana. La torre, a dire i vero, non valse a molto, perchè già nel 1330, a pochi anni dallo sbarco dei catalano-aragonesi, la città e il castello erano ormai nelle mani di un feudatario iberico, anche se subito dopo Mariano IV ne fece uno dei cardini della resistenza sardo-arborense, non senza aver prima arrestato e chiuso nelle segrete del castello il proprio fratello Giovanni, titolare di diritto del possesso di Bosa e di Serravalle. Soltanto nel 1410 i catalano-aragonesi riuscirono a tornare in possesso della città: anzi i cronisti raccontano che fu in quella occasione che per la prima volta contro le sue case e la fortezza l’assalto di turno, Antonio Ballestrer, usò le armi da fuoco. Fu un’occupazione sui generis, se è vero che il castello fu assegnato stabilmente ad un feudatario, e la città, onorata del titolo di, godeva invece di privilegi speciali, primi dei quali erano l’autonomia della comunità e la libertà dei cittadini. Curiosa condizione, che per secoli sembrò separare, anzi contrapporre, il destino della città. Non senza accendere un contenzioso che all’inizio del Quattrocento (cioè all’indomani del ritorno degli Aragonesi) conobbe fasi di alta conflittualità: nel 1415 il feudatario arrivò a bombardare la città dall’alto del castello, ma nel 1421 i due rappresentanti di Bosa al Parlamento di Cagliari lo fecero destituire su due piedi da Alfonso il Magnanimo.Nel 1433 un nuovo feudatario riscattò il castello dalla Corona e mise mano ad altri ampliamenti, con l’erezione di due nuove torri poligonali e la costruzione del terrapieno, che chiudevano ormai all’interno uno spazio di oltre un ettaro. Il castello era davvero – come aveva detto uno dei suoi più arroganti proprietari. Alla fine del Quattrocento ospitava anche una zecca, che batteva monete per le piccole necessità quotidiane delle popolazioni dei dintorni. La città cresceva oll’ombra del castello, ad onta di ogni rissa e di mille provocazioni feudali. E contemporaneamente il castello si trovava legato alle sorti economiche e politiche della città, se è vero che non appena la città entrò in crisi anche il castello decadde e subito cominciò ad essere abbandonato. La data d’inizio è fissata al 1528, quando, per parare la minaccia di uno sbarco francese che contemporaneamente aveva messo a sacco la città di Sassari, si interrò la foce del fiume, praticamente distruggendo ogni presente e futura possibilità di sviluppo commerciale e marittimo.Nel giro di pochi anni (intorno al 1570) il castello era già deserto. Fu un lento processo di disfacimento. Paradossalmente, se il castello si è conservato, in qualche modo, intatto nella sua generale (provate a confrontare le foto di oggi con le numerose stampe che lo ritraggono nei secoli scorsi, e si vedrà come il suo dentellato skyline scorra inalterato), è proprio perchè l’abbandono lo sottrasse alla dura manipolazione del passaggio degli uomini e dell’urto degli eserciti opposti.Questo legame fra castello e città sembra interrompersi alla fine dell’Ottocento, quando la città abbatte l’intera cinta delle mura e la nascente scienza del passato porta invece Filippo Vivanet e Dionigi Scano (grandi restauratori, spesso anche grandemente criticati) a riassettare il perimetro di mura e rinvigorire le torri. Oggi Bosa appare al visitatore attento come un mosaico vivente di realtà urbanistiche forti, radicalmente caratterizzate dalla  loro stessa individualità: il fiume in basso, la linea delle case di Lungotemo, l’aggrumarsi dei tetti e delle altane di seconda fila, l’animato disordine di Sa Costa e, nello spazio un tempo percorso da mura di raccordo e camminamenti picconati nella roccia, l’alta corona fortificata di Serravalle. Contrariamente alla dislocazione dell’anatomia umana, il cuore di Bosa sta fuori di Bosa. Sta nel castello, e dentro il castello quel misterioso richiamo ad un’antichità civile e raffinata che è la chiesa di Nostra Signora di Regnos Altos, con l’enigmatico ciclo dei suoi affreschi riportati di recente a nuova vita e di ombrose vie di aristocratici lastricati, Bosa sta distesa all’ombra del castello come una leonessa sovrana alle radici d’una pianta possente.

 

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